.Mille piani, mille spazi

Ricordati, chiunque voglia fare opera di sogno, deve mescolare tutto insieme (Dürer)

Di Salvatore Fazia critico dell’Arte

 

Il sogno è mescolare tutto insieme, in architettura come verrebbe?

Il tutto insieme, prima di tutto è il tutto, cioè non l’Uno, escluso l’uno è il resto. Nel mondo matematico il tutto è costituito da tutto il numerico escluso l’uno, cioè un infinito senza il punto di partenza, senza il capofila, il primo. Perfino nel mondo matematico, il mondo razionale per eccellenza sta sul vuoto, pende e sospende e non sta su qualcosa e non c’è principio, non essendoci totalità, perché non c’è unità, e se non c’è unità che cos’è il resto? Ha ragione Hegel: qui il problema è riuscire a stare in piedi, è il problema della fenomenologia. Allora salta anche la fenomenologia, tant’è vero che Hegel è costretto a inventarsi l’assoluto.

Un piccolo tutto.

Mai l’universo, ha base l’universo? a quel che se ne sa, no, se no è stato il big-bang? Cioè la prima botta, ossia l’Uno? I Classici opponevano l’Uno a tutto il resto. Platone, Aristotele, perfino Plotino. Se no si mettevano in campo i paradossi, questi princìpi balordi della commedia scientifica, comici, umoristici, così era possibile ridere anche in matematica. Lo stesso Pitagora, il filosofo della Geometria, della possibilità della numerazione e della figurazione degli spazi, ha dovuto in qualche modo uscire dalla matematica, dalla razionalità e ha inventato i Versi aurei per lasciare ai vivi le sue raccomandazioni immortali.

I Classici, hanno trovato il loro stesso antidoto. Hanno pensato non si sa mai.

I Moderni, sull’entusiasmo della produttività infinita, si sono industriati, e contro ogni sistema hanno praticato i processi, inventandosi pure loro dei giochi di società, quali la bomba atomica e i robot, la bomba atomica per minacciare se stessi e quindi andare avanti, i robot per un gioco oltre il tempo, per dare l’idea che è possibile andare avanti, di invenzione in invenzione, fino a quando si trova l’idea giusta.

E l’architettura, in questo gioco dell’impotenza e della volontà di potenza?

Mai nessuna disciplina ha in se stessa la propria salvezza, ma solo il proprio gioco.

L’architettura sta cercando di dissolversi, sarebbe il suo ideale. Tant’è vero che per trovare il proprio impossibile, spesso si fa trovare dove non è possibile, e dove, per provare, è pronto a imbrogliare, un po’ per gioco e un po’ per non morir, e in ultima si fa trovare là dove due santi del sapere, due geniali dell’oltranza, ci provano, uno filosofo, l’altro psicanalista. I migliori dell’architettura del pensiero, se tutta l’architettura è pensiero, filosofia, e gioco di vivere.

Capolavoro è Mille Piani, è il nome di un libro di Deleuze e Guattari che potrebbe essere la denominazione dell’Architettura moderna e contemporanea, la cui verità sta in quella che Heidegger ha chiamato il linguaggio, se è vero come è vero che l’uomo abita il linguaggio. Abitiamo in quel che parliamo, in quel che diciamo, io sto qui dentro, abito qui. Che vuol dire se no dire qualcosa e affermare io ci sono, sto qui.

Capita a me quel che capita a chiunque quando pensa di dire qualcosa sull’architettura attuale, per parlarne si parla d’altro, si usano tutte le metafore per cercare di comprendere quel che sta accadendo in architettura. È forse il luogo dove è l’architettura che ci contiene e ci libera verso un altrove continuo, il massimo – credo –  della più intelligente, della più bella, della più giocosa casa del sapere, è appunto questo libro ‘Mille Piani’, che raccomando agli architetti, che cercano il nuovo.

Mille Piani è l’opera filosofica, psicologica, che meglio scrive e disegna il nostro tempo.

Piani è parola d’architettura, ma in questo libro si liberano veri e propri episodi dello spazio del sapere infinito, mai spazio interno, ma in una spazialità tutta esterna e tutta percorrente una molteplicità organica di Piani, in un movimento di flussi continui: il molteplice contro l’Uno, il divenire contro l’essere, la differenza contro l’identità, l’immanenza contro la trascendenza, questi gli assi portanti, che indica la tendenza a una continua erranza, a una continua e percorribile deterritorializzazione infinita •